Racconti

“Il Dipinto”

Ero appena andato via da(l) lavoro e non vedevo l’ora di tornare a casa per rilassarmi, sorseggiare il mio (solito) bicchiere di Martini prima della cena in compagnia della mia ragazza e terminato di mangiare, stare un po’ con lei per il dopo cena…. (al telefono) (mi aveva) ha detto che stasera mi avrebbe preparato qualcosa di speciale per festeggiare la mia promozione da semplice impiegato a capo ufficio per la ditta in cui lavoro.

È una cuoca eccezionale e quando si impegna, le escono dei manicaretti che nemmeno i migliori chef del mondo farebbero. Fatemelo dire, sono davvero un uomo fortunato. Cosa si può volere di più dalla vita? Nooooo, ma che amaro Lucano, a me me piace il Martini (ehehehe)!

Mentre guidavo la (mia) Stelvio avevo voglia di fumare una Benson, ma non riuscivo a trovarle. Allora mi fermai e frugai meglio nelle tasche della giacca ma niente, nel taschino della camicia non le avevo, oh cavolo! Probabilmente le avrò lasciate in ufficio… e adesso chi ci torna lì?

Ormai ero uscito da 10 minuti e non avevo voglia di tornare indietro; poco male… non è tardissimo, probabilmente. Troverò ancora qualche tabaccaio aperto. Ed infatti, girando un po’ per le vie della capitale, mi imbattei in uno che aveva ancora la saracinesca aperta, mi fermai proprio lì di fronte e scesi dalla macchina.

“Signore, stiamo per chiudere ormai… è l’ora”, disse il tabaccaio infastidito dalla mia presenza.

“Suvvia, mancano ancora dieci minuti alla chiusura dell’attività”, (replicai) indicandogli col dito il cartello in cui vi era scritto “ore 20”… ed erano le 19:50 secondo l’orologio del negozio.

“E va bene, mi dica, cosa vuole”, (borbottò) il negoziante sbuffando come una vecchia locomotiva a vapore.

“Due pacchetti di Benson&Edge rosse, grazie”.

Pagati i due pacchetti, salutai e mi avviai alla vettura.

“Si, buonasera, magari ecco, la prossima volta non venga all’ultimo minuto”, disse con aria scocciata il negoziante.

Ero fuori ormai e non gli risposi, perché avevo (già) perso troppo tempo con quel rompiscatole. Una volta dentro la macchina, accesi il motore ed anche(finalmente… è (proprio) il caso di dirlo) una bella Benson. Feci una tirata profonda e buttai fuori tutto il fumo con sollievo.

Ma proprio in quel momento sentii un tonfo dietro l’auto. Scesi per controllare, ma non vidi nulla. Guardavo a sinistra, a destra, ma niente, Non c’era nessuno. “Impossibile averlo immaginato… l’ho sentito forte e chiaro” mi dicevo ad alta voce. Eppure la zona era deserta.

Guardando poi intorno al suv, avevo notato in terra, dietro al portabagagli, un oggetto quadrato di generose dimensioni, incartato per giunta. Lo raccolsi e strappai la carta che l’avvolgeva; il suo contenuto mi lasciò alquanto incredulo: un dipinto che raffigurava un vampiro.

Come ci era arrivato lì non riuscivo proprio a capirlo, dal momento che non c’era anima viva. Pensavo (pensando) a voce alta, (mi dissi):“quasi quasi lo porto dentro al tizio della tabaccheria e gli chiedo se sono parenti… (ridacchiando) magari scopro che sono gemelli diversi”.

Devo dire che non è brutto, anzi, il suo stile ci starebbe bene nel mio salone, un po’ sopra le righe, lo ammetto, ma per dare un tocco di diversità alla casa tutto sommato è un ottimo modo. Lo prenderò come regalo per la mia promozione. Di portarlo alla polizia non me la sento… magari qualcuno di loro poi se lo inquatta, con tanti saluti di chi era il proprietario e dell’onesto cittadino che ha denunciato il ritrovamento alla centrale. Me lo tengo io, si si, è meglio dai, posso sempre sbarazzarmene legalmente o meno… se proprio volessi.

Ci misi 10 minuti per arrivare nella mia casa, situata poco fuori Roma, una villetta di quasi 200 mq con un piccolo giardino intorno e garage. L’interno è composto da una cucina, un grosso salone, 4 stanze e un bagno. L’ho acquistata dopo aver visto un annuncio online di un’agenzia immobiliare che la metteva in vendita ad un prezzo di 85.000€.

Parcheggiata la Stelvio in garage, varcai la soglia di casa che erano le 20:15 passate. Tamara, mentre aspettava il mio rientro, guardava il TG delle 20 sulTv 4 dal 40” nel salone.

Appena mi vide disse “sei in ritardo, ti hanno trattenuto in ufficio?”. Partii con lo spiegarle il motivo, anzi, glielo mostrai (non prima però di averle raccontato del tabaccaio pignolo e di tutte quelle storie fatte per darmi uno stupido paio di pacchetti di sigarette). Alla vista del quadro lessi sul suo volto un grosso stupore. Disse: “scusa Corrado, cos’è questo?? era proprio necessario acquistarlo… o è un regalo?”

“Ma no tesoro, stai fuori strada, non è un regalo né tantomeno un acquisto. Ti sembrerà strano, ma l’ho trovato abbandonato. Per essere preciso, stava poggiato dietro il portabagagli del SUV”.

“Ma dai! Mi prendi in giro!?!?!?!? Te l’avresti trovato abbandonato… Ma che stai a dì!! Va beh che è uno schifo e so d’accordo se se ne so sbarazzati veramente, però, che l’hai trovato dietro la macchina me pare na cazzata… e non hai visto la persona che l’ha messo lì?”.

“No no guarda, te lo giuro”.

“Su che?”.

“Va bene, sulla cena, vostro onore? Avrei un certo appetito e non ho tutta questa voglia di continuare l’interrogatorio… che c’è, non ti fidi di me? Comunque sappi che lo voglio mette sulla parete dove dicevamo che ne avremmo messo uno e guarda un po’, questo amò ci sta proprio bene secondo me per diversificare l’arredamento del salone… ha uno stile unico dai, ci può stare no? Non ho dovuto sborsare nemmeno un euro per prenderlo… sarebbe un peccato dovercene disfare”.

“Fammi vedere… appoggialo sulla parete… comunque ok, faccio fatica a crederci ma te voglio crede va”.

Lo misi lì dove indicato dalla persona che da giudice della cassazione di Roma si trasformò in una critica d’arte.

“Allora fammi un po’ vedè :dunque, abbiamo come soggetto un vampiro vestito quasi tutto de nero,a parte la camicia e ‘na cravatta grigia, si intenda… ma andò deve annà? A sposasse co quella del romanzo de…. non mi ricordo come se chiama. Dietro di lui ci sta un castello che fa a gara a chi è più brutto se lui o Dracula. Almeno un po’ quest’ultimo è coperto dalla nebbia, ma forse era meglio se copriva tutto il soggetto del dipinto… me mette un’impressione solo a guardallo in faccia… che pare sta pe uscì dal quadro pe mettete quei brutti dentacci grossi come quelli de n lupo mannaro sulla gola de qualcheduno. Il cielo almeno non lo potevano colorà d’azzurro? ‘Sto grigio me mette na depressione che manco teimmaggini, Corrà. Almeno se abbina con la cravatta der conte…”.

L’aveva praticamente raso al suolo con quelle osservazioni. Se il nostro conte avesse ascoltato tutto, chissà che le avrebbe fatto! Ma di contro poi aggiunse: “vabbè va, non fa quel broncio su” accarezzandomi la guancia come una mamma consola il proprio bambino. “Se proprio te lo vuoi tenè, tiettelo pure, ma la prossima volta facciamo come dico io ok?”.

“Va bene Tami cara, ora andiamo a mangiare? Manca un quarto d’ora alle nove, la cena non si sarà raffreddata a quest’ora?”.

“Ok, ma non devi andare prima in bagno?”.

“Ci sarei andato prima se non mi bloccavi, tra un po’ manco la giacca mi hai fatto levare!”.

Finalmente l’avevo spuntata, dicevo tra me e me mentre mi lavavo le mani, però mamma mia… quante storie per un dipinto. Non l’avevo mai vista così. Se continua pure dopo o nei prossimi giorni, lo tolgo via… chi la vuole sentire quella là!

Va detto che è difficile che si arrabbi la mia fidanzata, devo evidenziarla questa cosa, ma stasera ha un filo esagerato, per usare un eufemismo.

Quando mi sedetti a tavola (sottolineo che nemmeno il Martini mi ha fatto bere, ma guarda un po’ tu uff) mi porse il piatto con quello che aveva cucinato, abbacchio alla romana buonissimo, poi un bel gâteau di patate, un po’ d’insalata e per finire una mela. Devo ribadire anche quello che pensavo prima, appena uscito da lavoro: è bravissima nel cucinare Tami, impossibile negarlo. Come direbbero a Roma, SEI LA MEJIO.

In seguito aiutai a sparecchiare anche per farmi perdonare per la litigata avuta, ma Tamara sembrava aver già dimenticato il bisticcio, parlavamo come sempre… buon segno.

Finito di riordinare la cucina e messo in funzione l’allarme di casa, le ricordai una cosa: “allora amore, non si era detto che per festeggiare la mia promozione facevamo altro stasera oltre alla cena?” e mentre lo dicevo mi sfregavo le mani per l’impazienza.

Cominciò a ridere vedendo quel mio gesto, aveva capito a cosa mi riferivo, altroché:  “oooh, me sembri Fantozzi quando si eccita appena vede la Silvani, manca solo la lingua di fuori e il suo MMMMM… a parte questo, da quanto tempo non lo facciamo Corrà?”.

“Dalla settimana scorsa tesò”.

“Vieni con me, è ora de diggerì” e ci spostammo in camera da letto.

Finito di farlo, lei si addormentò profondamente. Io, nel frattempo, accesi l’aspira fumo e tiravo boccate di un’altra Benson per rilassarmi un po’. La belva che c’è in me colpisce ancora, altro che Ugo Fantozzi (ehehehehe). A parte gli scherzi, facevo il punto sulla strana serata cominciata grazie alla mia dimenticanza di quando ero uscito da lavoro, continuata peggio, ma poi tutto sommato terminata bene, anzi, strabene visto il finale. Prima o poi dovremo impegnarci a farlo anche per un altro motivo, non solo per piacere personale. Ormai la mia posizione me lo permette, non che prima non lo fosse, ma con questa promozione potremmo averne anche più di uno (tre sarebbe il numero perfetto).

Mentre fantasticavo, udii un rumore di passi provenire dal salone. Lì per lì pensai di svegliare Tamara, ma se c’era qualcuno dentro casa e alzavo la voce per destarla dal sonno, il malvivente ce l’avrebbe fatta pagare cara, nella peggiore delle ipotesi. Come ha fatto ad entrare se porte e finestre sono chiuse? Anche l’allarme ho impostato prima di andare letto e non è scattato. Pian piano mi alzai per andare a controllare, presi il mio revolver e aperta la porta, arrivai nella stanza, ma una volta accesa la luce, non vidi anima viva. Eppure ero sicurissimo di averli sentiti quei passi. Erano forti e chiari… non penso proprio di aver avuto un’allucinazione uditiva.

Mentre mi accingevo ad ispezionare il resto della casa, notai un particolare che lì per lì non avevo inquadrato quando ero entrato: il quadro era sempre lì dove l’avevo appeso. ma l’immagine era diversa. Il cielo ed il castello erano presenti, ma mancava una cosa… IL VAMPIRO era sparito, come cancellato… ma che diavolo???? Poco dopo sentii un urlo agghiacciante, era la mia ragazza.

Tornai di corsa da lei pronto a far fuoco in caso di necessità, ma appena misi piede in camera da letto, non c’era nessuno a parte lei stesa sul letto. Mi avvicinai per vedere come stava, ma non parlava… era svenuta. Fortunatamente respirava ancora, l’occhio mi balzo sul suo collo in cui apparivano due fori con dei rigoli di sangue che sgorgavano, avvertii ancora qualcosa, una voce provenire nuovamente dal salone sussurrare: “sono qui”.

E ripartii ancora in direzione del salone (questo avanti e indietro mi stava uccidendo psicologicamente), ma anche stavolta la sala era vuota. Lo sguardo tornò ancora sul dipinto e il vampiro era riapparso al suo interno, sempre nella posizione in cui si trovava da quando l’avevo visto la prima volta. Mi avvicinai di più puntando comunque il revolver sul soggetto dell’immagine ed osservando la bocca… questa era sporca di sangue.

Mio dio, è uscito dal dipinto e senza farsi vedere è entrato dove dormivamo per morderle il collo? Noooo, è pazzesco, eppure sembra l’unica cosa sensata. Il furore si impadronì di me e gridai con tutto il fiato che avevo: “BENE, TI PIACE SUCCHIARE SANGUE. GIA’ CHE CI SEI, MENTRE BEVI, MANGIA PURE UN PO’ DI PIOMBO, DICONO FACCIA BENE”. Esplosi  un paio di colpi che fecero un grosso buco sul soggetto, ma il buco creato si richiuse come se nulla fosse successo davanti ai miei occhi. Non era un’allucinazione e non sono pazzo. Allora non rimaneva che una cosa da fare (sperando che funzionasse): visto che paletti di frassino non ne avevo e croci nemmeno (siamo entrambi atei e non ritengo che ciò che si legge e vede in TV  funzioni),  presi il quadro, andai sul retro della casa e gli gettai sopra della benzina. Poi, con un fiammifero, gli diedi fuoco e rimasi a guardare lo spettacolo.

Il quadro ormai era un vulcano di fiamme e mentre mi godevo lo spettacolo, gridavo ad alta voce, in tono di sfottò, al bastardo che si trovava in quella prigione: “BEVI BEVI… E GIA’ CHE CI SEI, BRUCIA NEL FUOCO PURIFICATORE, BASTARDO”. Ma ecco ciò che non ti aspetti, da quel tizzone rovente uscì un essere avvolto da una luce fiammeggiante, era lui che finalmente si manifestava avvolto da quella spirale di fuoco, rimasi fermo per il terrore che mi avvolgeva dalla testa ai piedi, l’essere allungò il braccio nella mia direzione con la mano che mimava quasi un saluto ed un qualcosa come una forza invisibile mi scagliò a qualche decina di metri di distanza .

Ero tramortito, ma cercai di rialzarmi perché sapevo che quel mostro si stava avvicinando, e se non facevo qualcosa era finita. Cercai alla svelta il revolver ma non lo trovai, mi sentii toccare alle spalle e non appena mi voltai, vidi lui, dietro di me, che mi guardava con degli occhi di color rosso sangue. Ora, dinanzi a me, si parava il soggetto del dipinto, le fiamme completamente dissolte, mi disse con una voce cavernosa “cerchi questa vero?” e scagliò ai miei piedi la pistola. Ed ancora: “prendila e riprova, sono qui di fronte a te”. Per invogliarmi a farlo, alzò anche le mani come in segno di resa.

Non me lo feci ripetere due volte e scaricai il resto del caricatore sul suo petto, ma niente… le pallottole, nonostante si conficcassero dentro il torace, non lasciavano alcun segno.

Gettai in segno di stizza l’arma e scappai, ma mi prese in meno di un secondo rilanciandomi sul tronco di un albero. E’ finita davvero adesso. Avevo elaborato nella mia testa che non potevo oppormi ad una creatura simile.

Ma il vampiro, a sorpresa, si mise a ridere e poi mi chiese: “ma tu davvero credevi di fermare un essere pluricentenario come il sottoscritto con il fuoco o quel giocattolo? Solo uno della mia specie può fermarmi, se mai ci riuscisse… non un essere inferiore come te!!. Non ci metterei nulla a rifare a te ciò che ho fatto alla tua donna, MA, ho deciso di lasciarti andare. La tua punizione sarà di vivere nel terrore per tutta la tua vita. Così potrai capire cos’è questa sensazione, se non ti è mai capitato di provarla. Da questo momento fino alla tua morte. Inoltre ti dico questo, non provare a parlarne con nessuno, sicuramente non ti crederà nessuno, ma comunque lo verrei a sapere perché ho occhi e orecchie dappertutto. Quindi stai molto attento, perché ti tengo d’occhio”.

E volò via ad una velocità impressionante nel cielo della notte, urlando qualcosa che non capii bene. Ma oramai era sparito nell’oscurità e non aveva più importanza. Venti minuti dopo arrivò la polizia con un’ambulanza al seguito, avvertita da qualcuno nelle vicinanze che aveva sentito gli spari. Mentii a loro dicendo che era entrato un pazzo che aveva intenzione di ucciderci, maneggiando un’arma a doppia punta. Per avvalorare la mia balla, avevo indossato un guanto e rotto una delle finestre prima del loro arrivo. Non volevo raccontare la verità. Probabilmente, se lo avessi fatto, sarei stato preso per matto, come diceva il conte o magari mi avrebbero accusato di falsa testimonianza (si lo so che è un controsenso). Alla fine dai rilevamenti, erano giunti alla conclusione che speravo. Ho mentito soprattutto perché avevo paura di LUI. Se avesse scoperto che avessi confidato ciò che avevamo vissuto in quegli istanti, sarebbe tornato per vendicarsi, come mi ha detto prima di lasciarmi andare e ne sarebbe stato capace, altroché… e le armi non avrebbero funzionato. Ricordo bene le parole del mostro: “SOLO UNO DELLA MIA SPECIE PUO’ FERMARMI, SE MAI CI RIUSCISSE”.

Il medico che visitò Tamara, aveva notato che mancava una cospicua quantità di sangue. Una volta arrivati al pronto soccorso, le fecero una trasfusione, notarono i buchini sul collo, ma ovviamente non pensarono a LUI.

La mattina successiva, sentii dire in TV oltre all’accaduto di questa notte anche un’altra notizia collegata comunque alla nottata passata: era stata notata una figura che svolazzava in cielo avvolta da una luce gialla. Venne diffuso pure un video diventato subito virale su Youtube. Secondo alcuni, ironizzando su internet, questa era una cometa al contrario; secondo altri un ufo. Fortunatamente, tutto quel tamtam mediatico sulla presunta cometa o qualunque cosa fosse, cessò.

Il problema era quel maledetto succhia sangue ancora vivo e vegeto… chissà cosa farà ora che non ero riuscito a fermarlo.

Per qualche settimana non dormivamo tantissimo. La notte né io né Tamara, per un periodo di tempo, siamo anche stati in terapia da uno psicologo che ci aiutasse a superare lo shock di quella brutta esperienza. La vita poi andò apparentemente avanti come nulla fosse successo. Un anno dopo ci sposammo ed allargammo la famiglia a 5 persone (proprio come speravo), ma nonostante ciò, ogni tanto ripenso a quell’orribile esperienza e nonostante tutto era tornato alla normalità, riflettevo comunque sul da farsi. Alla fine presi la decisione che sembrava la migliore per la mia famiglia: non avrebbero mai saputo la verità di ciò che successe quella notte. Mia moglie ha già avuto un grosso shock, Non posso dargliene uno ancor più grande. Quindi meglio tacere. Sarà difficile ma porterò questo segreto dentro me per il resto dei miei giorni. Se mai ci riuscirò…

EMILIANO


“Martina e Giorgio”

Giorgio conosce Martina oramai da un mese. Giorgio ha deciso che finalmente questa sera si dichiarerà. Martina l’aveva visto per la prima volta in palestra. Era diverso dai tanti che aveva conosciuto fino a quel momento. Sembrava timido; incredibilmente quando lui passava davanti all’attrezzo cool quale lui stava esercitandosi, lui arrossiva e cercava di coprirsi. Dopo tutti i prepotenti che aveva conosciuto, Giorgio le sembrava una specie di fenomeno strano. E poi era pure carino assai: biondo, magro…

Succedeva la stessa cosa anche a lui: se lui passava mentre lei si esercitava con la macchina degli adduttori le veniva spontaneo per prima cosa fermarsi.

Anche l’allenatore era meravigliato da quello che succedeva: io non credevo che fossi così Martina”. “E come credevi che fossi, Andrea!” aveva risposto lei. Il mondo era pieno di pregiudizi, quella era la verità. Era anche per questo che Martina andava in analisi, probabilmente. Ad un certo punto non aveva capito più niente e la realtà si era completamente sgretolata ai suoi occhi.

Ma lì aveva la possibilità di ricominciare da capo (questa volta con delle buone guide!).

Giorgio con le sue reazioni poteva essere la porta d’ingresso verso una vita più vera, più autentica.

Oggi era passato un mese da quel primo incontro, erano diventati amici nel frattempo, ma l’amore!

Forse era una cosa grossa. Ma adesso stavano andando ad una gita insieme e così, mentre saliva sul bus si mise a sperare…

TERESA


“Giorgio e Martina”

Giorgio conosce Martina da un mese. Sono entrambi parte della medesima compagnia d’amici. Giorgio è solito riaccompagnare a casa Martina dopo le serate passate in compagnia perché lei è ancora minorenne e non può portare la macchina. Giorgio a poco a poco ha perso la testa per gli occhi di Martina così grandi e sinceri. Per la sua voce che rincorre melodiosamente le note passate dalla radio; per la sua anima così sensibile e dolce. Martina è una gran brava persona, si dice Giorgio. Bella come il sole, con i suoi capelli che si raccolgono in onde morbide dietro il suo orecchio sinistro tingendo tutto del colore del grano. Giorgio e Martina hanno imparato a conoscersi vicendevolmente attraverso lunghe chiacchierate. Giorgio si è innamorato di Martina, ma sa benissimo che per lei rappresenta solo un amico. E’ una calda sera d’estate, Giorgio avrebbe la velleità di dichiararsi ma ci rinuncia: sa di non avere possibilità.

GIULIA


Posted in Laboratorio di Scrittura, Racconti.

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